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Paghi dall'app? La guerra ad Apple e Google riguarda anche il tuo portafoglio

Paghi dall'app? La guerra ad Apple e Google riguarda anche il tuo portafoglio
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Quante volte, in un momento di noia o di slancio creativo, avete scaricato un'app fantastica e, senza pensarci due volte, avete usato il riconoscimento facciale o l'impronta digitale per abbonarvi alla versione premium? È comodo, veloce e quasi indolore. Ma dietro quella fluidità magica si nasconde un meccanismo finanziario che, spesso, vi fa pagare molto più del dovuto. E ora, le istituzioni stanno cercando di spezzare questo incantesimo molto costoso.

L'autorità garante per la concorrenza britannica (CMA) ha appena lanciato un siluro contro i due giganti incontrastati degli smartphone, proponendo nuove regole per permettere agli sviluppatori di offrire pagamenti alternativi. L'obiettivo? Impedire ad Apple e Google di obbligare chi crea le app a usare esclusivamente il sistema di pagamento interno dell'App Store o di Google Play. Ma cosa c'entra questa roba da antitrust con i vostri risparmi personali? Moltissimo.

Ogni volta che vi abbonate a un'app di incontri, a un servizio di streaming musicale o a un programma per editare foto tramite il vostro telefono, Apple e Google si trattengono una percentuale che può arrivare fino al 30% della transazione. Queste sono le famose "commissioni in-app". Chi sviluppa l'app, per non perdere soldi, cosa fa? Semplice: alza il prezzo dell'abbonamento solo per chi lo acquista dal telefono. Ecco perché lo stesso abbonamento a Spotify, Tinder o YouTube Premium spesso costa sensibilmente meno se lo acquistate navigando dal browser del vostro computer anziché cliccando il tasto dentro l'app sul cellulare.

La mossa della Gran Bretagna mira esattamente a scardinare questo monopolio. Se la proposta passerà, gli sviluppatori potranno inserire dei link che vi indirizzano fuori dall'app, verso il loro sito web, dove potrete pagare usando la carta di credito in un ambiente sicuro ma senza il ricarico del 30% di Cupertino o di Mountain View. È una rivoluzione che restituirebbe potere agli sviluppatori indipendenti, ma che soprattutto abbasserebbe i costi per noi consumatori finali.

In attesa che queste regole diventino realtà globale (anche l'Europa sta facendo la sua parte con il Digital Markets Act), c'è una lezione pratica che possiamo applicare fin da oggi. Prima di strisciare virtualmente la carta sul vostro telefono, fate un respiro. Aprite Safari o Chrome, andate sul sito ufficiale del servizio che vi interessa e controllate i prezzi. Nove volte su dieci, scoprirete che l'abbonamento costa meno.

La comodità ha un prezzo, ed è giusto pagarlo se lo scegliamo consapevolmente. Ma farsi "tassare" per pigrizia digitale è un vizio che, a fine anno, può costare svariate decine di euro. Essere utenti intelligenti significa anche sapere dove mettere i propri soldi, aggirando con un pizzico di astuzia le trappole del lusso digitale.