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La pensione che non meritiamo: il paradosso di Lea Melandri e la memoria selettiva del Paese

Una campagna per la Legge Bacchelli rivela l'ingratitudine sistemica verso chi ha costruito il pensiero critico italiano.

La pensione che non meritiamo: il paradosso di Lea Melandri e la memoria selettiva del Paese
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C'è un'eleganza quasi crudele nel paradosso che avvolge la figura di Lea Melandri. Mentre la cultura pop celebra l'effimero con biografie istantanee e documentari patinati, una delle menti più lucide del nostro tempo, una donna che ha sezionato l'amore, il potere e la violenza per cinquant'anni, si ritrova al centro di un appello per ottenere un vitalizio. Non una prebenda, ma un diritto: la Legge Bacchelli, il riconoscimento che lo Stato riserva ai suoi cittadini illustri caduti in disgrazia economica.

Per chi non lo sapesse, Lea Melandri non è solo una saggista. È un'architetta del pensiero. Dagli anni Settanta, con movimenti come il *Cerchio spezzato*, ha decostruito le fondamenta del patriarcato non con slogan, ma con un'analisi chirurgica dei sentimenti. Libri come "L'infamia originaria" hanno illuminato le zone d'ombra delle relazioni, quelle dove il privato diventa politico e il corpo una mappa di significati. La sua voce è stata un faro per generazioni, un antidoto alla semplificazione che oggi domina il dibattito pubblico.

La storia, si sa, ha un debole per le ripetizioni ironiche. La legge in questione prende il nome da Riccardo Bacchelli, l'autore de *Il mulino del Po*, che nel 1981 si trovò in condizioni simili. L'Italia, allora, si accorse del suo gigante e creò uno strumento. Oggi, quello stesso strumento viene invocato per Melandri, come se il Paese avesse bisogno di una petizione per ricordare il valore della propria memoria culturale. Come se il ringraziamento non fosse un atto spontaneo di riconoscimento, ma una concessione burocratica da sollecitare.

L'appello, firmato da figure come Luigi Manconi, non è solo un atto di solidarietà, ma una diagnosi spietata del nostro presente. Rivela una società che divora contenuti ma non nutre i pensatori, che monetizza le opinioni ma non sostiene l'analisi. La Legge Bacchelli prevede un assegno che non supera i 24.000 euro annui: non è la cifra a essere in gioco, ma il gesto. Un gesto che, come sottolinea l'appello pubblico, dovrebbe essere semplicemente un modo per "dire grazie".

La vera domanda, quindi, non è se Lea Melandri meriti la Legge Bacchelli. La domanda è se un Paese che costringe le sue maestre a chiederla, meriti ancora le sue maestre. Forse, nell'era della distrazione di massa, abbiamo semplicemente dimenticato come si fa a prendersi cura non solo dei monumenti di pietra, ma anche di quelli fatti di pensiero e parole.