Ci sono notizie di cronaca internazionale che fatichiamo a decifrare perché ci sembrano lontane, e altre che ci colpiscono come un pugno nello stomaco per la loro spietata chiarezza. Quella che arriva dal Niger appartiene, purtroppo, a questa seconda categoria. Il Paese africano, attualmente sotto la guida di un regime militare, sta scivolando in una spirale di repressione che rischia di avere conseguenze devastanti non solo sul piano delle libertà individuali, ma anche su quello della sanità pubblica.
Un reportage approfondito del Guardian ha denunciato l'inizio di una vera e propria caccia alle persone LGBTQ+ nel Paese, inasprita dall'introduzione di un nuovo e severissimo codice penale. Le testimonianze raccolte parlano di un clima di terrore: arresti arbitrari, irruzioni nelle abitazioni e una fetta di popolazione costretta a nascondersi, tagliare i contatti e vivere nell'ombra per sfuggire al carcere, o peggio.
La criminalizzazione delle identità queer, oltre a rappresentare una gravissima violazione dei diritti umani fondamentali, innesca una reazione a catena che va a colpire il cuore della società. L'aspetto forse più drammatico, evidenziato dalle organizzazioni umanitarie sul campo, è l'impatto diretto sui programmi sanitari. I servizi HIV, che in Niger lavoravano da anni per la prevenzione, il test e la distribuzione di farmaci salvavita (i retrovirali), sono stati messi sotto una pressione insostenibile.
Il meccanismo è tristemente semplice e letale: se una persona gay, bisessuale o trans sa che recarsi in una clinica o contattare un'associazione potrebbe esporla al rischio di essere schedatura, denunciata e arrestata, smetterà di curarsi. Smetterà di fare i test preventivi e si allontanerà dai circuiti medici. L'omofobia di Stato, dunque, non colpisce solo con le manette, ma agisce come un acceleratore per le epidemie.
Questa situazione ci ricorda che la lotta per i diritti civili non è un lusso occidentale, ma una precondizione per il diritto alla salute globale. Le associazioni locali, pur operando in clandestinità, stanno lanciando disperati appelli alla comunità internazionale affinché non si spengano i riflettori su questo dramma.
Raccontare la realtà del Niger senza cadere in pietismi o sensazionalismi è un dovere. Ci obbliga a riconoscere il coraggio immenso di chi resiste sotto regimi autoritari e ci impone di tenere alta l'attenzione sulle politiche di cooperazione internazionale: i diritti delle persone LGBTQ+ non possono essere la merce di scambio silenziata quando si tratta di accordi geopolitici. Perché quando si nega l'esistenza di una parte della società, a pagare il prezzo finale è sempre l'intera comunità.