Negli ultimi dieci anni, partecipare a un Pride nelle grandi capitali europee è sembrato un po' come andare a un festival della musica commerciale. Camion enormi, musica a palla, gadget distribuiti da banche e multinazionali, e una pioggia di loghi aziendali tinti frettolosamente di arcobaleno. Ma cosa succede quando il vento politico cambia, le destre conservatrici avanzano e l'onda del "rainbow washing" si ritira?
Un'interessante riflessione pubblicata dal Guardian fotografa esattamente questo momento storico di transizione. In tutto l'Occidente, e l'Europa non fa eccezione, stiamo assistendo alla nascita (o meglio, alla rinascita) di un Pride più piccolo, meno patinato, ma decisamente più difensivo e radicato nella lotta.
Il clima si è fatto innegabilmente ostile. I finanziamenti pubblici spesso subiscono tagli, l'accesso a piazze e spazi pubblici centrali viene reso più complicato da nuove norme sulla sicurezza, e le bandiere stesse della nostra comunità tornano a essere oggetto di contestazione accesa. Di fronte a questo scenario di guerra culturale, molti grandi sponsor aziendali – quelli che fino a ieri facevano a gara per sfilare in prima fila – stanno diventando prudenti. Il timore di boicottaggi o di esporsi troppo su temi divisivi li spinge a ritirare i fondi.
E sapete qual è la sorpresa? Che forse, per la nostra comunità, non è affatto una tragedia.
L'assenza dei grandi carri aziendali sta costringendo i comitati organizzatori a tornare alle origini. Senza le magliette brandizzate dalle banche, torna in primo piano il cartone scritto a pennarello. Senza i vip pagati per presenziare, la visibilità torna a essere quella delle associazioni di base, dei gruppi trans, delle famiglie arcobaleno e degli attivisti che lavorano sui territori 365 giorni all'anno, e non solo nel "Mese dell'Orgoglio".
Anche in Italia, pur senza citare episodi specifici, respiriamo la stessa aria. Percepiamo l'ansia di dover difendere diritti che credevamo acquisiti, dai certificati di genitorialità all'educazione all'affettività nelle scuole. In questo contesto, un Pride meno festa in discoteca e più manifestazione di piazza non è un passo indietro, ma una necessità vitale.
Il paradosso del Pride contemporaneo è proprio questo: più diventa povero di sponsor, più diventa ricco di significato politico. Abbiamo bisogno di tornare a marciare non per vendere un prodotto o dimostrare quanto siamo "normali" e assimilabili, ma per ricordare a chi ci governa che esistiamo, resistiamo, e che i nostri diritti non sono in vendita.