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Dominik Moll e il maschio che brucia: la verità tossica che il cinema non voleva raccontare

Vincitore di sei César, "La notte del 12" non è un thriller, ma un'autopsia spietata del fallimento maschile di fronte al femminicidio.

Dominik Moll e il maschio che brucia: la verità tossica che il cinema non voleva raccontare
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C'è un'inflazione quasi pornografica di storie di cronaca nera. Podcast, docu-serie, speciali televisivi che sezionano il macabro con la precisione di un entomologo, ma raramente con l'anima di un poeta. Poi arriva Dominik Moll e, con la grazia brutale che contraddistingue il miglior cinema d'autore francese, scardina il genere. "La notte del 12" (in patria, "La Nuit du 12") non è un'indagine su un omicidio. È un'indagine sull'incapacità di risolverlo, e su ciò che questa incapacità svela di noi.

La premessa è un pugno nello stomaco: la giovane Clara viene bruciata viva una notte, tornando a casa. A capo delle indagini c'è Yohan, un giovane e ambizioso detective della Police Judiciaire di Grenoble. Ogni pista, ogni interrogatorio, invece di avvicinarlo alla soluzione, lo spinge più a fondo in un abisso di misoginia ordinaria. Ogni uomo interrogato – l'ex geloso, l'amante occasionale, lo stalker da social media – diventa lo specchio di una mascolinità ferita, predatrice o semplicemente indifferente. Il colpevole potrebbe essere chiunque di loro, e proprio per questo, è come se fossero tutti complici.

Il parallelismo più immediato, per chi mastica cinema, è con lo "Zodiac" di David Fincher. Entrambi i film sono cronache di un'ossessione, ritratti del modo in cui un caso irrisolto può corrodere l'anima di chi indaga. Ma se Fincher si concentrava sulla semiotica del male, sulla decifrazione di un enigma, Moll sposta il focus dall'enigma all'ambiente che lo ha generato. La domanda che ossessiona Yohan non è "chi è stato?", ma "perché è successo?". Una domanda che non ha risposta nel fascicolo del "caso 137", ma nel tessuto stesso della nostra società.

Il film, basato sul libro-inchiesta "18.3 - Une année à la PJ" di Pauline Guéna, distilla un anno di cronache reali in un unico, emblematico caso. È una scelta narrativa che amplifica la tesi del film, cristallizzata in una frase pronunciata da un'agente: "Qualcosa non va tra gli uomini e le donne". Un'affermazione tanto semplice quanto devastante. Il successo del film, celebrato con una pioggia di premi César in Francia, dimostra l'urgenza di questo discorso. Non è più tempo di mostri solitari; è tempo di indagare la mostruosità della norma.

"La notte del 12" si chiude senza un colpevole, lasciando lo spettatore con lo stesso peso che grava sulle spalle del suo protagonista. Non è un finale insoddisfacente, ma un atto di onestà intellettuale. Moll ci nega la catarsi rassicurante del thriller perché sa che, nella realtà dei femminicidi, non c'è catarsi. C'è solo il vuoto di una vita spezzata e il fantasma di una domanda che continua a bruciare, senza mai consumarsi.