Quante volte, uscendo da un cinema o spegnendo la tv a tarda notte, avete guardato il cielo stellato provando quel brivido inconfondibile?
Il cinema di fantascienza ha il potere unico di farci dubitare della nostra solitudine nell'universo, e gran parte del merito va agli effetti speciali (VFX e SFX).
Ma prima di arrivare alle navicelle fotorealistiche che oggi diamo per scontate, c'è stata un'epoca di pura magia artigianale.
Un'evoluzione che è passata da fili invisibili e modellini di legno fino ai supercomputer, segnando il nostro immaginario collettivo in modo indelebile.
Se facciamo un salto indietro agli anni '50 e '60, entriamo nel regno meraviglioso (e oggi un po' camp) della Stop-Motion e dei modellini.
In un'epoca in cui i pixel non esistevano, i dischi volanti erano oggetti tangibili, costruiti meticolosamente in legno, metallo o resina. Il trucco? Fotografare il modellino, spostarlo di un millimetro, e rifotografarlo.
Era un lavoro massacrante che regalava sullo schermo quel movimento scattoso ma ipnotico degli UFO che tanto ci affascina ancora oggi. La pietra miliare di questa era è senza dubbio "La guerra dei mondi" del 1953.
Ricordate i letali e aggraziati "cigni" marziani? Venivano mossi a mano, fotogramma per fotogramma, creando un senso di minaccia tangibile che faceva saltare il pubblico sulle poltrone. Ma l'ambizione di registi e creativi era destinata a crescere.
Tra gli anni '70 e '90, l'industria viene travolta dalla rivoluzione targata George Lucas e Steven Spielberg. Entriamo nell'era degli Effetti Ottici e del Matte Painting. Non bastava più muovere un oggettino: bisognava creare mondi interi.
Le "mascherine" permettevano di unire magistralmente sfondi dipinti a mano con elementi reali. Il capolavoro assoluto che ha ridefinito il genere è "Incontri ravvicinati del terzo tipo" (1977).
L'immensa astronave madre e le luci danzanti nei cieli notturni presero vita grazie al genio di Douglas Trumbull.
Attraverso sovraesposizioni multiple e l'uso innovativo del Motion Control (il controllo computerizzato del movimento della cinepresa), il cinema ci ha regalato la meraviglia assoluta, facendo sembrare reale l'impossibile.
Eppure, gli alieni non potevano restare per sempre chiusi nelle loro astronavi. Cosa succedeva quando l'incontro diventava ravvicinato sul serio? Tra la fine degli anni '70 e il duemila, esplode l'arte degli Animatronics e delle Protesi Pratiche.
Gli alieni all'interno delle navicelle non erano generati al computer, ma erano veri e propri mostri meccanici, mossi da cavi, fluidi idraulici e attori sudati chiusi in costumi claustrofobici.
Non c'è esempio più iconico (e queer-coded, per la sua estetica provocatoria e fluida) di "Alien" (1979) di Ridley Scott. R. Giger e animato dal nostro Carlo Rambaldi ha reso lo Xenomorfo un'icona immortale.
La paura degli attori sul set era reale, perché il mostro era fisicamente lì, a pochi centimetri dai loro volti, con la sua bava e i suoi denti metallici. Infine, siamo sbarcati nel futuro: la Computer Grafica (CGI) e il Compositing Digitale.
Dagli anni '90 in poi, il limite è diventato solo la potenza di calcolo dei computer.
I software di modellazione 3D permettono oggi di inserire velivoli spaziali in scene di Live Action con una resa ottica iperrealistica, gestendo luci, ombre, fumo ed esplosioni come se fossero elementi naturali. Lo spartiacque moderno?
"Independence Day" (1996).
Vedere enormi flotte aliene oscurare i cieli del mondo e distruggere intere città ha ridefinito il concetto di "blockbuster estivo", mescolando sapientemente i primissimi, sbalorditivi effetti digitali con modellini in scala reale fatti saltare in aria.
Oggi, che l'intelligenza artificiale e gli effetti visivi ci permettono di creare galassie in un pomeriggio, è sempre bello guardare indietro.
Perché che si tratti di un pezzo di resina appeso a un filo da pesca o di una renderizzazione da milioni di dollari, il trucco funziona solo se dietro c'è un cuore pulsante che ha voglia di raccontarci una grande storia.
E voi, da quale alieno cinematografico vi fareste rapire?
