Quando si parla di economia in Campania, i luoghi comuni tendono spesso a prendere il sopravvento. Si parla sempre dei record del turismo tra Napoli, Pompei e Costiera Amalfitana, delle eccellenze agroalimentari come la mozzarella o la pizza, oppure, purtroppo, delle croniche piaghe legate alla disoccupazione e all'economia sommersa. Esiste però un pezzo di Campania vitale, robusto e silenzioso, che raramente finisce sulle prime pagine dei giornali ma che tiene letteralmente in piedi l'intero sistema produttivo regionale.
Stiamo parlando delle medie imprese industriali. Secondo un recente report, in Campania si contano 166 realtà imprenditoriali di questa specifica fascia (aziende che non sono né botteghe artigiane né multinazionali giganti) capaci di generare un fatturato complessivo impressionante: ben 10,2 miliardi di euro. Un vero e proprio motore industriale che spazia dalla meccanica di precisione all'aerospazio, dal tessile avanzato alla chimica, passando per l'innovazione tecnologica.
Perché questi numeri ci interessano da vicino? Perché i miliardi di fatturato non sono cifre astratte che fluttuano in Borsa, ma si traducono in stipendi pagati alla fine del mese, in contratti stabili e in qualità della vita per migliaia di famiglie campane. Le 166 medie imprese sono quelle che assumono ingegneri, tecnici specializzati e operai qualificati, offrendo un'alternativa concreta al lavoro precario e stagionale.
C'è un tema cruciale legato a questa realtà: la difesa e la valorizzazione del capitale umano. La Campania sforna ogni anno migliaia di laureati brillanti dalle sue università. Se non ci fossero queste aziende solide a intercettarli, l'emorragia di cervelli verso Milano o l'estero sarebbe ancora più devastante. Queste imprese non offrono solo un posto di lavoro, ma permettono ai giovani di fare carriera, innovare e crescere professionalmente restando nella propria terra d'origine.
Raccontare questo spaccato economico significa cambiare la narrazione del Sud. La Campania non è solo folclore e vacanze, ma è anche fabbriche ipertecnologiche, capannoni dove si fa ricerca e imprenditori che investono nonostante le difficoltà burocratiche e infrastrutturali. Riconoscere il peso di questi 10,2 miliardi di fatturato è il primo passo per pretendere politiche regionali che aiutino questo ecosistema a crescere ancora di più.